ROMA (28 dicembre) - Il tennis non regala immortalità, ma in qualche caso fa camminare sulle acque a lungo. Come Babbo Natale, anche Flavia Pennetta ha il dono dell’ubiquità visto che in una sola mattinata riesce a materializzarsi al circolo Angiulli Bari a premiare i vincitori del torneo under 12, all’hotel Hilton di Lecce per ritirare la stella al merito del Coni provinciale, a Fasano per inaugurare una scuola elementare, al teatro comunale di Rosamarina per una conferenza sullo sport organizzata dal Rotaract e infine al circolo tennis Brindisi per allenarsi con Francesca Schiavone davanti a una scolaresca festante. Il “guaio” è che le vacanze sono già finite: Flà infatti sta preparando le valigie perché oggi parte per Brisbane, Gold Coast, Australia, dove il 3 gennaio comincia la stagione 2011.
Non ci posso credere...
«E invece sì, guardavo poco fa il biglietto dell’aereo, torno tra sei settimane, martedì 8 febbraio. Debutto a Brisbane, poi gioco Sydney, quindi vado a Melbourne per gli Open d’Australia e infine mi trasferisco ad Hobart per Australia-Italia di Fed Cup. Siamo le campionesse in carica, lei capisce...».
Pronti-via e subito un tour da mal di testa...
«Ormai è la norma, a 14 anni sono andata via da casa, a 22 sono andata a vivere e ad allenarmi in Spagna, nel 2009 ho giocato 128 match e quest’anno addirittura 139, record del circuito Wta, tanto che ho chiuso cotta. Questa vita da girovaga, mi creda, non è poi granché, ma quando dopo una sconfitta mi ritrovo a guardare il soffitto di una camera di hotel mi consolo pensando che avrò tempo per avere una vita normale più avanti. Perché io una vita normale prima o poi l’avrò, questo è certo».
Mentre adesso, ritmi da reparto presse...
«Fare i conti è facile. Passo un mese e mezzo a Barcellona dove c’è il mio allenatore Gabriel Urpi; un mese e mezzo in Svizzera dove ho la residenza e un appartamento in affitto di 65 metri quadrati a Verbier, tutto di legno, carino, dove ho messo un po’ di cose mie tanto per far finta di sentirmi a casa; e infine venti giorni in Italia. Il resto, dunque, sono otto mesi di aerei, viaggi, nastri che restituiscono i bagagli, hotel, allenamenti, tornei. Quando i miei amici mi mandano le foto dei loro weekend, o delle loro cene, mi sento una marziana. Ma insomma non spacco pietre in miniera, e poi questo lavoro l’ho scelto io. Perché io sono sola, non dipendo da una squadra, decido io, quindi se al mattino mi sveglio e non ho voglia di allenarmi lo posso fare benissimo. Solo che poi se perdo sto male e pago io».
Lei gioca meglio adesso che è single di quando era fidanzata con Moya. Nel 2007 era a pezzi ma poi ha messo in fila tre anni fantastici...
«Nel 2007 sono stata a un passo dal ritiro, troppe cose brutte tutte insieme, l’operazione al polso, il crollo in classifica, la rottura con Moya. Per carità, lui si è innamorato di un’altra e nella vita ci sta, solo che me l’ha detto per telefono lo stesso giorno in cui sono uscite le foto con lei, ecco. La botta è stata pesantissima, penso di aver perso dieci chili in una settimana, che dio lo maledica per sempre... Ma ne sono venuta fuori, con coraggio».
Come ha fatto?
«Merito di Guglielmo, il mio psicologo. Prima non ci credevo, poi invece ho capito che è fondamentale perché da dentro non puoi vedere come sei fuori. Certo a Moya forse un giorno dovrò dire grazie perché la sofferenza del distacco mi ha fatto scoprire cose che di me non conoscevo, come la forza, la grinta, la capacità di reazione. E appena sono stata bene di testa è cambiato tutto perché anche la palla ha preso a viaggiare rapidissima».
Un uomo accanto è importante per una sportiva?
«Dipende. Da una parte ti aiuta, ti completa e puoi confidarti con lui, ma se il tuo obiettivo è solo la vittoria, e al tuo compagno bene o male devi stargli dietro, forse allora è meglio che stai sola con il tuo coach. Papà me lo dice spesso, “a Flà dopo sta’ botta sei diventata acidella”, ma è la verità: se stai con un altro tennista lui sicuramente comprende i tuoi viaggi e lo stress, ma se poi tu sei a Tokyo e lui è a Parigi, e tu non vedi l’ora di perdere per raggiungerlo, allora è finita».
Nel 2009 lei è stata la prima italiana a entrare nella top-ten, quest’anno invece è stata la prima a diventare numero 1 in doppio e a vincere il Masters. Diverso?
«L’ingresso tra le prime dieci è stata una sensazione unica perché l’Italia aspettava un risultato così da 30 anni, da Barazzutti, però devo aggiungere che è stato un traguardo atteso, voluto e su cui ho lavorato con tutte le mie forze. L’incredibile stagione di doppio che abbiamo messo in piedi con Gisela Dulko, invece, è stata soprattutto una sorpresa, cominciata per caso perché siamo amiche e diventata sempre più emozionante con la vittoria in 7 tornei. Siamo forti perché i ruoli sono definiti, lei dolce e io dura».
Ha mai pensato che senza tutti quei doppi forse la storia del Roland Garros sarebbe potuta essere diversa? Se avesse vinto in due set con la Wozniacki, poi...
«Di sicuro sono arrivata a Parigi stanca di testa e il torneo non l’ho preparato al meglio. E’ vero che con Francesca l’ultima volta avevo vinto 63 60, che la Dementieva si è ritirata e che con la Stosur non ho mai perso, ma non ho rimpianti. Nel ranking di singolare sono passata da 12 a 24, ma la soddisfazione di essere la prima del mondo in qualcosa è fantastica».
Quali sono i sogni per il 2011?
«Non tanto tornare tra le prime 10 in singolare, quanto piuttosto diventare una giocatrice migliore. Devo incattivire il servizio, dare più pesantezza al dritto e poi fare più volée, andare di più a rete, fare più punti, essere più espressiva, perché da dietro mi logoro troppo e non posso fare il punto sette volte ogni volta».
Sciolga un vecchio mistero, quando si allena con gli uomini che fa?
«Con un top-ten non vedo palla, col numero 600-700 perdo, forse me la gioco con un under 18 forte, ma non è detto. Ogni volta che in Spagna gioco contro Nadal è un’esperienza pazzesca, sembra una tempesta contro un ombrello, dopo due scambi sono già appiccicata ai teloni di fondo, la palla rimbalza a due metri di altezza e il peso sembra quello di un macigno. No, tra uomo e donna nel nostro sport tra fisico e potenza c’è troppa differenza. Federer? Purtroppo no, mai giocato con lui, ma sarebbe una delizia. Prima o poi troverò il coraggio di chiedergli di fare due palle».
Come sarà il suo prossimo uomo?
«Italiano, bello, moro, divertente, che mi sappia sorprendere, sincero. Di sicuro non sarà un tennista, di sicuro mi sposerò, avrò tre figli e vivrò in Italia. E magari farò la capitana di Fed Cup, o il presidente della Federazione, a Binaghi l’ho già detto».
A proposito, che ci fa con tutti i soldi che guadagna? Solo di premi già viaggia verso i 5 milioni di dollari...
«Mi crede se le dico che non lo so? Se ne occupano papà e mamma, anche se non ho ancora capito chi veramente decide il da farsi. Io seguo un po’ le valute perché il nostro prize-money è in dollari, ma quest’anno come premio per Doha mi sono comprata giusto un paio di stivali di Gucci».
Progetti per il nuovo anno?
«Stare bene, dare tutto, giocare al massimo gli Slam e Roma che è diventata la mia nuova città. Ho firmato per due anni con il Circolo Canottieri Aniene sposando in pieno il programma di Giovanni Malagò, niente serie A ma un progetto olimpico con le altre campionesse che mi porterà a Londra 2012. Poi tirerò una riga e farò il punto. L’Italia non incoraggia molto chi fa sport, non è certo l’America, ma io spero di avere altri traguardi».

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